Saviano e l’elogio dei riformisti
Oggi su Repubblica Roberto Saviano ha scritto un lungo articolo che recensisce un saggio di Alessandro Orsini, Gramsci e Turati. Le due sinistre. Ed è l’occasione per parlare di riformismo e di sinistra. Qui leggete un passo significativo.

Ma c’è invece, fuori dal Parlamento, una certa sinistra che vive di dogmi. Sono i sopravvissuti di un estremismo massimalista che sostiene di avere la verità unica tra le mani. Loro sono i seguaci dell’unica idea possibile di libertà, tutto quello che dicono e pensano non può che essere il giusto. Amano Cuba e non rispondono dei crimini della dittatura castrista – mi è capitato di parlare con persone diffidenti verso Yoani Sánchez solo perché in questo momento rappresenta una voce critica da Cuba – , non rispondono dei crimini di Hamas o Hezbollah, hanno in simpatia regimi ferocissimi solo perché antiamericani, tollerano le peggiori barbarie e si indignano per le contraddizioni delle democrazie. Per loro tutti gli altri sono venduti. Mai che li sfiori l’idea che essere marginali e inascoltati nel loro caso non è sinonimo di purezza, ma spesso semplicemente mancanza di merito.
Turati a tutto questo avrebbe pacificamente opposto il diritto a essere eretici, che Orsini ritiene essere il suo più importante lascito pedagogico. Questo fondamentale diritto ha trovato la formulazione più alta nell’elogio di Satana, metafora estrema dell’amore per l’eresia e dell’odio per i roghi. Satana, provoca Turati, è il padre dei riformisti: “Non siamo asceti che temono i contatti della carne, siamo figli di Satana (…). Se domani viene da me il Re, il Papa, lo Scià di Persia, il Gran Khan della Tartaria, il presidente di una repubblica americana, non per questo rinuncio alle mie idee. Non per questo transigo o faccio atto d’omaggio, ma resto quello che sono, e ciascuno di noi rimane quello che è”.
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